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domenica 18 marzo 2012

Cari professori Monti e Fornero, la riforma del lavoro non è un compito in classe.


Quando ieri sera ho ascoltato le parole pronunciate da Presidente del Consiglio Mario Monti, il quale esponeva il proprio pensiero davanti ad una platea di industriali riuniti a Milano da Emma Marcegaglia, ho avuto un sussulto.

Le parole, rivolte alla parti sociali, "ognuno deve cedere qualcosa rispetto al legittimo interesse di parte" e, prima di queste affermazioni, "la prossima settimana vedrà la chiusura dell'accordo sulla riforma del lavoro(...)".

Ormai siamo della fase della "illogica ideologia post moderna".

Le ideologie sono tutte cadute tra sofferenze e stragi, ma ciò che rimane assume connotazioni di "ciò che resta è per forza giusto" e, senza divise ideologiche, afferma con forza spropositata che le ricette (ed i farmaci) prescritti da chi si arroga il diritto di dettare le leggi (economiche) in Europa sono le uniche possibili.

Sembrano quasi, sia Monti che Fornero, professori che abbiano stabilito un compito in classe di matematica sui sistemi di numerazione e, senza ammetterlo, il compito verterà sul sistema decimale dimenticando che ne esistono svariati altri quali il binario, sessadecimale via di seguito.

Ma aldilà di questa disquisizione ciò che mi preme è che l'atteggiamento è esattamente quello del compito da fare del quale si può condividere all'assoluta urgenza, ma non l'imposizione dei tempi e dei contenuti.

Dire che martedì si chiude è un atto che nulla ha che vedere con la "moderazione tecnica" ma molto con "l'arroganza tecnica".

Putroppo il "professore precedente" era Silvio Berlusconi: più propenso a tagliare corto sui problemi della crisi in atto da almeno tre anni e quindi grazie a lui, che affermava che la crisi non esisteva, siamo in questo disastro.

Non solo siamo vittime di tempi tiranni imposti da un Europa che ragiona solo sulla carta e sulla Borsa, ma anche di un'idelogia, ancora ben radicata, che suddivide tra chi è conservatore e chi è riformista.
 Il conservatore è un retrorado che non vuole la modernità e quindi la crescita, il riformatore colui che vuole la modernità e quindi lavora per la crescita.
Possibile che non si ragioni sui contenuti?
 Su ciò che si vuole conservare e ciò che si vuole demolire per far posto a "qualcosa d'altro" di cui non si conoscono gli effetti reali?
Un piccolissimo ragionamento.
Il sistema delle flassibilità contrattuali introdotte da povero Enzo Biagi dovevano essere il toccasana per il mondo del lavoro. Lo dicevano in tanti, ma altrettanti avvertivano che sarebbe stata la "precarizzazione" del sitema lavoro ed i giovani non avrebbero potuto contare su un futuro.

Ora anche i suoi sostenitori ammettono (quasi tutti) che c'è un'eccessiva precarizzazione. Non ostante questo si continua a spingere in una direzione nella quale l'economia conta di più della coesione sociale e delle relazioni tra persone.

L'deale sembra essere che la chiesa "mercato" sia sempre contenta, il minstro "Borsa" sia sempre in attivo, il rito "lavoro" anche di Domenica così ciò che un tempo si chiamava famiglia in futuro potrà chiamarsi
"aggrezione di soggetti umani con interessi in comune".


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